Viola ha vent'anni, jeans lunghi che le nascondono le gambe, capelli neri, pelle bianchissima, maglioni troppo grandi. Scarpe da tennis che raccontano di prati, di case di studenti, di pomeriggi infiniti tra chiacchiere, libri, sigarette, una festa da qualche parte.
Viola parla poco, ma sa ascoltare. Luca ha quarant'anni, ha avuto quaranta amori, ha quattromilioni di libri in una casa di quaranta metri quadri, ha quattro sogni che non dice a nessuno. Luca ha quarant'anni e ha sempre creduto di averne venti, Luca parla quattro lingue e non si sa spiegare.
Questo non è un libro sul brigantaggio. È la piccola storia di un luogo: una trattoria. Simile a tante, e tuttavia unica al mondo. È la storia di un luogo dal quale guardare il mondo. È un diario intimo della città di Firenze.
Questo libro accoglie la storia di Lido e Lionello Briganti che per cinquant'anni hanno lavorato giorno dopo giorno, tra gli stessi tavoli tra gente sempre diversa e sempre uguale. Accoglie la confessione di Carlo Monni, uno dei tanti sedotti e mai abbandonati dalle grazie semplici e luminose dello spaghettino al pomodoro crudo.
Questa è la storia di un posto onesto in cui non ti senti mai ingannato. È onesto il modo che i fratelli Briganti hanno di guardarti, di parlarti, di servire in tavola. Come se la prima regola della vita fosse: non fingere mai.
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L. è bello, prima di tutto, per lo stile, la forma, un fiume di parole che è però un fiume di musica, e di poesia.
Il libro descrive con grande potenza un classico delle relazioni umane, per cui siamo attratti da chi si nega, ma appunto questo non è un rapporto d'amore ma un rapporto di desiderio confuso con un rapporto d'amore.
Il libro descrive quella relazione che sacrifica l'amore sull'altare del desiderio.
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