di Giovanni Bogani
Per la prima volta nel Ryan Air entro dalla fila prioritaria. Privilegio minuscolo, che mi riempie di ingiustificata sicurezza. In definitiva non cambia niente. Ho solo evitato di finire nel mezzo della enorme fila che si stende fino verso il negozio di Marina Yachting. E ho il diritto di portare con me in cabina la mia piccola valigia. La vedevo sempre sparire, segnata col bollino giallo dei bagagli a mano finiti a sballottare nella stiva.
Due donne accanto a me, a sinistra, nella fila 6. La mia. Una è anziana, l’altra avrà trentacinque anni. Iniziamo a parlare grazie al passeggero davanti a me, che si sbraccia per far venire moglie e bambino accanto a lui: ci sono due posti vuoti, vieni subito moglie mia. Ma due ritardatari giapponesi spengono le sue speranze.
Sono state a Pisa. “A trovare parenti?” chiedo. No. La donna giovane è stata a Pisa, solo lì fanno certe operazioni a una ghiandola che normalmente neanche sappiamo di avere. È stata una settimana in ospedale, a controllare; a temere; a sperare.
La madre ha la pelle cotta da settant’anni di campagna e di Sud. Ha paura di volare, più paura di me. Mentre le hostess spiegano le procedure di emergenza, ad aereo fermo, si fa il segno della croce. E lo fa anche la figlia. E poi un’altra volta. E un’altra ancora.
“Mi ero fatta visitare in un’altra città, in Puglia. I medici dicevano che andava tutto bene, che era un fatto di stress. Ma io mangiavo troppo, ero sempre agitata, non riuscivo a dormire. Ho sentito la voce di padre Pio che mi diceva di andare a Pisa. E sono andata”.
Non sarà padre Pio, ma i macchinari modernissimi di analisi a scoprire il tuo tumore maligno. Saranno i chirurghi a toglierlo. Non ti contraddico, guardo i tuoi occhi intelligenti, vivi. Ma tu aggiungi: “Era un’operazione rischiosa, un errore piccolissimo e avrei avuto problemi gravi, per sempre. Per decidere se operarmi, ho chiesto a Gesù”. Lo dice come se fosse normalissimo.
Lei parla con loro. E con i ricordi. Mi parla del padre, morto dopo una vita di lavoro in Svizzera senza mai ripassare dal via, una vita di fatica immane. Prima il lavoro, in un posto dove non sarai mai come gli altri, dove sarai sempre un diverso, dove gli altri parleranno sempre un’altra lingua, che tu non sfiorerai mai. E poi il cancro.
La ragazza mi parla degli ultimi anni passati ad assisterlo. “Lasciai il lavoro. Passavo le giornate a fargli la clown therapy, a ridere e a farlo ridere, a giocare con lui. E le notti le passavo a piangere da sola”. Ecco che cosa significa dare. Mentire a volte può essere più nobile e generoso, più difficile e costoso che dire la verità.
Quanto costa sorridere? Quanto è difficile mostrare che va tutto bene?
Si chiama Marta. Marta ha al polso un bracciale di legno, tante palline di legno chiaro e una croce stilizzata, praticamente una T, di legno. Capisco dopo qualche secondo che è un rosario. Ha gli occhi dello stesso colore di quel legno.
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